L'ultimo permesso in bianco.

scritto da John Weldon
Scritto 21 ore fa • Pubblicato 19 ore fa • Revisionato 19 ore fa
0 0 0

Autore del testo

Immagine di John Weldon
Autore del testo John Weldon
Immagine di John Weldon
Racconto liberamente ispirato a vicende vissute nel mio passato professionale. Le aziende sono tutte isole di conformismo dove albergano yes men e solo poche persone sanno esprimere personalità ed insegnare qualcosa. Come il Dr. Leoni.
- Nota dell'autore John Weldon

Testo: L'ultimo permesso in bianco.
di John Weldon

L'ULTIMO PERMESSO IN BIANCO. 

Il telefono ha squillato mentre stavo controllando per l’ultima volta l’ennesimo progetto, in uno di quei momenti in cui la mente è piatta, sommersa dalla routine. Sul display è apparso un nome che non vedevo da anni: Franco.

«Pronto? Ciao! Ma da quanto tempo…» la voce di Franco era la stessa, solo un po’ più stanca, con quel sottofondo di rumore d'ufficio fin troppo noto.

«Ti chiamo perché dobbiamo fare una cosa importante», mi ha detto lui , andando dritto al punto con la sua solita urgenza pragmatica. «Il Dr. Leoni va in pensione. Stiamo organizzando una cena per salutarlo. Tu non puoi mancare.»

Il Dr. Leoni. Solo sentirne il nome nome mi ha raddrizzato la schiena sulla sedia, d'istinto, come se lui fosse lì, preciso, nella stanza.

Ne è passato parecchio di tempo da quando ho lasciato l’azienda, ma il riflesso incondizionato è rimasto. Avevo ventotto anni quando mi ha assunto, ed ero una specie di puledro imbizzarrito ed ingestibile: del tutto gasato, convinto di spaccare il mondo a colpi di slides e termini inglesi. Al colloquio, in verità, mi aveva accolto con la sua aria algida ed una cortesia formale che mi avevano gelato il sangue; però mi aveva preso. Indubbiamente era un gran signore, un borghese della migliore tradizione meneghina, l'abito sartoriale impeccabile e un tono di voce basso, fermo, che non ammetteva repliche. All'inizio è stata durissima. Ogni mia idea veniva smontata, ogni mio entusiasmo filtrato dal suo sguardo severo.

Molto tempo dopo ho capito. Non ce l'aveva affatto con me, mi stava semplicemente salvando da me stesso, dalla mia irruenza. Evitava che mi montassi la testa, smussava gli angoli della mia arroganza per farmi diventare un professionista vero. Mi ha fatto crescere nel modo più difficile e più giusto.

Poi sono arrivate le trasferte. I viaggi in treno, in auto, e i voli all'estero per piazzare commesse, spuntare le grosse forniture di macchine, pipelines, e impianti. Ore e ore passate fianco a fianco, nelle sale d'attesa degli aeroporti o nei taxi di mezza Europa. Io parlavo di numeri, lui osservava le persone. Sul lavoro era un gigante. Davanti ai clienti internazionali tirava fuori un'autorevolezza così naturale che i contratti sembravano firmarsi da soli. In quei dieci anni, in albergo o nei ristoranti di mezzo mondo, ci siamo sempre dati del lei. Un "Lei" che non era distanza, ma una sacra linea di respetto. Quando eravamo fuori per lavoro emergeva la sua frugalità, un’austerità quasi asburgica che non concedeva nulla al superfluo: non spendeva mai una lira più del dovuto, convinto che il denaro dell'azienda andasse rispettato come un bene sacro.

Solo molto più tardi, quando ormai ero andato via, mi sono reso conto della verità. Il Dr. Leoni mi voleva bene. Un bene profondo, silenzioso, come se fossi il figlio che non aveva più. Il suo unico figlio era rimasto sul K2, sepolto sotto una valanga, il corpo mai ritrovato. Una tragedia immensa che si portava dentro come un blocco di marmo, ma non parlava mai dei fatti suoi. Mai una confidenza, mai una crepa nella sua corazza. Il privato restava fuori dai cancelli dell'azienda.

Eppure, a modo suo, mi aveva adottato. Professionalmente credo mi considerasse il migliore, e me lo dimostrava con la forma più assoluta e spiazzante di fiducia: la libertà, completa e totale. Ogni mese mi firmava una pila di fogli di permesso in bianco. Li firmava con quella sua grafia elegante, fluida, senza guardare, e me li faceva scivolare sulla scrivania. «Si autogestisca», diceva, senza aggiungere altro. Mi lasciava muovere nell'azienda come un anarchico. Potevo davvero fare tutto quello che volevo, gestire i clienti a modo mio, viaggiare quando lo ritenevo necessario. Sapevo di non dover rendere conto a nessuno, se non alla mia coscienza.

Ma quel guinzaglio inesistente era il legame più forte del mondo. Più lui mi lasciava libero, più io mi spaccavo la schiena. Arrivavo a lavorare anche settanta ore alla settimana, sabati compresi, per assicurarmi che ogni singola fornitura andasse a buon fine, rasentasse la perfezione. Non avrei mai potuto deluderlo. Per quell'uomo io mi sarei buttato nel fuoco.

Poi, un giorno, quel mondo perfetto si spezza di colpo. Sono arrivati i fondi d'investimento americani.

Avevano acquistato la società e, dall'oggi al domani, il registro era cambiato repentinamente. Per il Dr. Leoni l’azienda era una creatura viva. Credeva in un business etico. Vendere tubi, impianti e macchine significava costruire pezzi di mondo, garantire infrastrutture, dare lavoro alle famiglie. Non aveva mai voluto tagliare quelli che i consulenti chiamavano "rami secchi". Se un settore era in difficoltà, lui ci investiva sopra, studiava una strategia, stringeva i denti. Non aveva mai licenziato nessuno solo per far quadrare i bilanci a fine mese. Diceva sempre: «Un'azienda che taglia le teste prima di aver usato il cervello non ha futuro».

La nuova proprietà, invece, non aveva occhi per vedere le persone. Arrivavano con i loro completi tutti uguali e un vocabolario fatto solo di sigle: ROE, ROI, EBITDA. A loro non interessava la produzione, interessava solo la finanza.

Ricordo ancora l'espressione del Dr. Leoni durante le prime riunioni con i nuovi manager. Restava in silenzio, le mani incrociate sul tavolo, lo sguardo fisso su quei grafici proiettati sul muro che trattavano la fatica degli uomini come semplici costi da abbattere. In quel momento ho capito che la nostra epoca stava morendo.

Poco dopo, mi convocò nel suo ufficio. Le tapparelle erano mezze abbassate. Lui era in piedi, dietro la scrivania di mogano.
«Ingegnere», mi disse, guardandomi dritto negli occhi. Qui mala tempora currunt. Lei se ne vada finché è in tempo.»

Siccome sapeva che sotto sotto coltivavo il sogno di mettermi in proprio, in quel momento di tempesta, invece di trattenermi, tese la mano per salvarmi.

Mi procurò una consulenza da sogno con un grande contractor internazionale che operava in Africa e nel Medio Oriente. Poche settimane dopo ero in Libia, era l'ultimo periodo del regime di Gheddafi. Lì, grazie alla sua scuola, guadagnai una barca di soldi, ponendo le fondamenta della mia indipendenza. Poi si succedettero altri contratti in giro per il mondo, io credo che spesso di fosse dietro lui, silenziosamente, ad appoggiarmi.

Col tempo diventai l’uomo, il professionista che volevo essere. E purtroppo, tra i fusi orari, trasferte, i cantieri, finii per perderlo di vista e lasciare spegnere i contatti.

«Allora? Ci sei?» ha insistito Franco al telefono. «Venerdì alle otto. Saremo una decina dei vecchi tempi. E vedi di vestirti bene, sai com'è il Vecchio...»

«Ci sono, Franco., ci sono.  Non potrei mancare.»

Il ristorante scelto era la Trattoria del Soldato, un posto  old style nascosto tra i vicoli dietro la vecchia sede. Vetrate spesse, tovaglie di fiandra bianca e profumo di risotto. Un luogo formale ma solido, perfetto per il Dr. Leoni.

Sono arrivato in anticipo. Franco e Marco erano già lì. Sembravano più grigi, con le spalle leggermente curve.
«Tu te ne sei andato nel momento giusto», ha esordito Marco, tormentando un tappo di sughero. «Non hai idea di cosa siano stati questi ultimi anni. Gli americani gli hanno fatto terra bruciata.»

Mi hanno raccontato del lento, spietato declino a cui il Dr. Leoni era stato costretto. Non appena la nuova proprietà aveva capito che il Vecchio non si sarebbe mai piegato, era iniziato il mobbing. Hanno provato a cacciarlo in tutti i modi. Prima togliendogli  la Direzione Generale, poi privandolo  dei collaboratori, spostandolo dall'ufficio storico. Lo relegarono infine in una stanzetta minuscola in fondo al corridoio, vicino ai cessi. Misero una targhetta di fronte alla porta con su scritto "Progetti Speciali", ma in azienda non c'era alcun progetto speciale di cui dovesse occuparsi. Era solo un modo per umiliarlo ed indurlo a cedere.

«Lo hanno mollato tutti», ha detto Marco con amarezza. «Tutte le persone che lui aveva protetto si sono girate dall'altra parte per paura dei nuovi padroni. L'azienda è diventata un gigantesco ritrovo di yes-man e conformisti terrorizzati. Nessuno gli parlava più.»

Eppure, lui continuava imperterrito con il suo solito sorriso, con il suo modo di lavorare all'antica. Rifiutava la frenesia delle email aziendali, usava il computer solo quando strettamente necessario. Il suo mondo era rimasto fatto di fogli bianchi e di una scrittura minuta a matita. Continuava a fare i suoi giri storici negli stabilimenti e a visitare personalmente i clienti, che compravano da noi solo perché si fidavano di lui, fino a quando glielo hanno consentito. Mai una polemica, mai una parola contro l'azienda. Mai un lamento.

In quel momento, il campanello sopra la porta della trattoria ha tintinnato.

Sulla soglia è apparso lui. Cappotto di cashmere scuro, sciarpa di seta e la borsa di pelle consumata. Aveva lo stesso sorriso misurato di sempre. Ci siamo alzati tutti in piedi, d'istinto. Al tavolo, alla fine, eravamo solo in cinque. Gli yes-man, ovviamente, avevano avuto troppa paura di farsi vedere.

«Buonasera, signori», ha detto con la sua voce ferma e milanese. Si è voltato verso di me. «Ingegnere... che piacere vederla. Temevo che i suoi impegni internazionali la trattenessero lontano.»

«Non sarei mancato per nulla al mondo, Dr. Leoni.»

SI è seduto a capotavola, ha cavato la matita dal taschino e l’ha allineata accanto alle posate. Io ero alla sua destra.

E’ stata una bella serata. I ricordi dei vecchi tempi si sono succeduti ed hanno riempito la stanza. Quando mi è toccato raccontare di me, non ho potuto fare a meno di notare l’attenzione con cui Leoni ascoltava, e pareva sinceramente orgoglioso. Eppure, più la serata andava avanti, più io mi sentivo profondamente in colpa per averlo lasciato solo in quella sua ultima battaglia.

Verso la fine, ho infilato la mano nella giacca e ho tirato fuori quel foglio di permesso in bianco che conservavo da tempo immemore. L’ho fatto scivolare sul tavolo, accanto alla sua matita.

«Dr. Leoni, questo lo conservo da allora. Lei mi ha dato la libertà e mi ha insegnato a essere un uomo. Quelli della nuova proprietà pensavano di averla isolata, ma la verità è che il suo vero 'progetto speciale' sono stato io. E tutti quelli a cui ha trasmesso questo mestiere.»

Il Dr. Leoni ha fissato la sua firma. Per la prima volta, ho visto le sue mani avere una brevissima esitazione. Ha sollevato gli occhi lucidi.
«Vede, ingegnere», ha detto a bassa voce. «I fondi americani credono che un'azienda sia fatta di numeri. Non sanno che i capitali si spostano, ma la qualità degli uomini che abbiamo formato resta. Il merito di quello che ha fatto è solo suo. E per quanto riguarda questo foglio… lo conservi. Non si sa mai quando un anarchico come lei possa averne bisogno.»

Ci siamo alzati a mezzanotte passata. Fuori, la nebbia di Milano avvolgeva i marciapiedi. Mentre gli altri si allontanavano, sono rimasto un momento solo con Franco sotto il lampione.

«Ha una forza pazzesca», ho detto. «Sopportare quel loculo vicino ai bagni... io non so come abbia fatto.»

Franco ha scosso la testa. «E non sai il resto. Il lavoro era l'unica cosa che lo teneva in piedi. La moglie è stata molto male, ha dovuto ricoverarla in una clinica privata. Non hanno mai superato la morte del figlio. Lei è crollata, mentre lui si è aggrappato a quella scrivania per non impazzire. E quando ha firmato le carte della pensione, la settimana scorsa, mi ha guardato e ha chiesto di te. Voleva sapere dove fossi, se avessi notizie del "suo" ingegnere.»

Un nodo mi ha serrato la gola. Mi sono girato di scatto. Il Dr. Leoni era ancora lì, a pochi metri da noi, vicino alla sua auto.

Ho camminato verso di lui. Non c'era più spazio per la distanza, per i bilanci aziendali, per il rigore formale. L'ho stretto in un abbraccio forte, d'istinto, rompendo quella sacra linea che avevamo difeso per dieci anni. Lui ha ricambiato la stretta. Mi ha tenuto per le spalle, mi ha guardato in viso e, per la prima volta nella mia vita, ha abbandonato il titolo.

«Fai il bravo, Alberto», mi ha detto. La sua voce era un sussurro caldo.

Gli ho stretto la mano, trattenendo le lacrime. «Cosa farà d'ora in avanti, Dr. Leoni?»

Lui ha accennato a quel suo solito, saggio sorriso. Ha accarezzato la borsa di pelle. «Andrò dai miei amati cani, al rifugio. A fare il volontario. Hanno bisogno di qualcuno che si occupi di loro.»

È salito in macchina ed è partito. L'ho guardato sparire nei fari che tagliavano la nebbia. Sono rimasto lì, al freddo, con la mano in tasca a stringere quel foglio di carta bianco.

Ciao, Dottor Leoni. Mi hai insegnato tanto della vita.

L'ultimo permesso in bianco. testo di John Weldon
6

Suggeriti da John Weldon


Alcuni articoli dal suo scaffale
Vai allo scaffale di John Weldon